Erano passati diversi anni da quando decisi di andar via dal mio villaggio per esplorare il mondo. Non potrò mai dimenticare il giorno della mia partenza. La sera prima del fatidico giorno tutti i miei cari si riunirono nella mia capanna, banchettammo fino a notte fonda in un clima di piacevole allegria e amore, erano felici per me, erano felici che avessi preso la mia strada anche se, su i loro volti, specialmente su quello di mia madre e di mia moglie, si leggeva la preoccupazione che aleggiava nei loro cuori. La notte passò e il giorno della mia partenza arrivò inesorabilmente, come un boia arriva sul patibolo durante un esecuzione. Lasciare i miei cari per qualche anno mi distruggeva interiormente ma dovevo farlo, dovevo vedere il resto del mondo. Così partii dal villaggio di Nbok e mi diressi oltre le montagne del Mpyr, al di là delle quali si trovavano le grandi città di Oris e Cambeca, prime due mete del viaggio. Alla calar del sole feci il mio ingresso nella città di Cambeca. Fui abbagliato dal suo splendore. Non era una città grande ma era curata in ogni suo più remoto angolo. Le case svettavano maestose verso la luna che le illuminava coi suoi raggi argentati facendole risplendere, le strade erano perfette senza deformazioni e su entrambi i lati erano ornate con alberi dal colore vivace e acceso. I lampioni che illuminava la città erano pochi, per lo più era il chiarore della luna a conferire lucentezza e splendore alla città. Se la città mi aveva rapito con la sua bellezza, altrettanto non era per i suoi abitanti. Esseri capricciosi e vanitosi, non vedevano di buon occhio nessun passante e forestiero, erano convinti di essere superiori a tutti. Feci fatica a trovare una stanza per la notte, la maggior parte dei locandieri mi cacciava per via del mio aspetto da povero. Fortunatamente trovai ospitalità in una piccola tavernetta, il proprietario era un omino tarchiato e pienotto con due chiazze rosse sulle guance. Fu l’unico abitante di Cambeca a rivolgersi a me con modi garbati e gentili scusandosi per il comportamento dei suoi concittadini. Così trovai una camera per la notte ma non sarei rimasto in quella città, nonostante la sua grandissima bellezza non potevo soffrire il carattere dei suoi cittadini, così decisi che al sorgere del sole sarei partito. La notte passò tranquilla ma al mio risveglio mi attendeva una spiacevole sorpresa. La sera prima m’ero addormentato su un soffice letto, in una piccola taverna al centro della città, ma, al mattino, mi ritrovai con pochi stracci addosso, adagiato su un cumulo di spazzatura fuori le mura di Cambeca. Gente rozza con evidenti complessi di onnipotenza, non meritavano di vivere in una così splendida città. Imprecai per un’oretta buona fuori le mura della città, minacciando di morte tutti i suoi abitanti, ma, poco dopo, mi calmai e con amarezza e delusione mi incamminai verso la mia seconda meta, la città di Oris.
Per mia fortuna ad Oris incontrai una mia vecchia conoscenza, Sain. Sain era un mio vecchio amico d’infanzia, lui e la sua famiglia abitavano nel villagio di Nbok. Suo padre era un commerciante e si trasferì, per lavoro, con la sua famiglia a Oris. La gioia nel vederlo fu immensa. Mi offrì ospitalità nella sua casa, mi diede anche un po’ di abiti. Quando gli raccontai della mia disavventura a Cambeca non ne fu sorpreso. Mi disse che erano fatti che capitavano spesso e che tutte le città nei paragi evitavano i suoi abitanti. Purtroppo quelle voci non erano mai giunte al mio villaggio. Rimasi nella città di Oris un mese, ospite dal mio amico Sain. Ebbi modo di visitare tutta la città. Rispetto a Cambeca, Oris, era decisamente più grande anche se meno affascinante. Le case erano tutte molto piccole e di diversi colori, alcune abbandonate e non curate, altre molto sfarzose ed eleganti, le strade non erano curate come quelle viste a Cambeca anche se molto più ampie e illuminate. La cosa che più mi affascinò di Oris fu un antico museo. Lì si trovavano tutti i manoscritti antichi risalenti alla fondazione della città. Ebbi modo di leggere dei primi abitanti che si stabilirono in quelle terre, delle guerre che combatterono contro la vicina città di Cambeca e di come pian piano quel piccolo villaggio si trasformò in una delle città mercantili più grandi dei giorni nostri. I giorni passarono piacevolmente con la compagnia del mio vecchio amico e giunto il giorno della mia partenza volle farmi un ultimo regalo organizzando una grande festa in piazza. Bevemmo e mangiammo tutta la notte e giunto il giorno ci salutammo con la promessa di rivederci al più presto. La terza meta del mio viaggio era la cittadina costiera di Ushut, distante qualche giorno di marcia. Feci il pieno di provviste e partii.
Il viaggio fu abbastanza faticoso anche se fortunatamente non ebbi nessun imprevisto nel tragitto. Arrivato alle porte della città ne fui incantato. Arrivai in pieno giorno, quando il sole splendendo nelle acque del mare irradiava di una bellezza indescrivibile il porto e le piccole case rustiche vicine. Le strade si districavano in un groviglio di marmi e pietruzze marine, nell’aria aleggiava un profumo di mare e salsedine. Al centro della cittadini un antico faro svettava su tutte le case e intorno ad esso vi era un giardino pensile dai mille colori e profumi. Rimasi in quella cittadina per diversi mesi e nonostante il passare delle stagioni pareva essercene sempre e solo una lì, era sempre estate. Trovai lavoro presso uno dei tanti piccoli mercati ittici nel porto. La paga non era alta ma mi offrivano dove dormire e da mangiare. La maggior parte degli abitanti erano pescatori poco istruiti ma avevano un animo buono. Non ebbi problemi in quella magnifica cittadina e quando arrivò il giorno della mia partenza mi dispiacque molto lasciarla. Pensai che una volta ritornato nel mio villaggio avrei potuto convincere mia moglie a trasferirci lì, le sarebbe piaciuto quel posto. Mi imbarcai come mozzo su una nave diretta alle isole Ryut, al largo della costa di Ushut.
Lavorare su quell’imbarcazione non mi dispiaceva, l’equipaggio era simpatico e cordiale e la paga era buona. Ma questo clima di pace non durò allungo. Erano passati una decina di giorni dalla partenza, ci trovavamo quasi a metà del tragitto quando fummo attaccati da una nave pirata. Il comandante tentò di seminare la nave che ci attaccava ma fu inutile, in poche ore ci fiancheggiò e i nostri assalitori salirono sulla nostra imbarcazione. Ci fu una breve battaglia, breve ma sanguinaria. Quasi tutto l’equipaggio venne ucciso, compreso il capitano. Io e un altro paio di uomini fummo catturati e imprigionati nella stiva della nave. Non so per quanto tempo rimasi schiavo di quegli esseri barbari, il tempo sembrava non trascorrere mai e ogni giornata era sempre uguale all’altra. Fui vittima di maltrattamento e subii i morsi della fame per tutta la mia permanenza su quell’imbarcazione.
Dopo molto tempo mi ritrovai ad essere l’unico schiavo in vita, gli altri pochi uomini che erano stati catturati con me morirono a causa dei pestaggi e della fame. Ormai ero sul punto di crollare, ero convinto deciso ad arrendermi. Il pensiero di non vedere più la mia famiglia mi faceva star male ma non sarei riuscito a resistere a lungo in quelle condizioni. Non so se furono le mie preghiere o se fu un caso puramente fortuito ma, una notte, mentre tutto l’equipaggio era messo ko dai fiumi di alcol e di vedetta c’era solo un uomo, ci trovammo in balia di una tormenta improvvisa. Vano fu il tentativo dell’uomo di vedeta di avvertire gli altri in tempo. In meno di un’ora la nave stava affondando e io mi trovavo in mare aperto aggrappato ad un barile. Essere riuscito a scappare da quella prigione riempiva il mio cuore di gioia, non sapevo dove mi trovavo ma sarebbe stato sempre meglio che stare nella stiva di quella nave. Navigavo su quel barile in balia della corrente da due giorni quando una piccola imbarcazione di pescatori mi avvistò e mi fece salire a bordo. Mi diedero del cibo e dell’acqua, mi tolsi la salsedine che lacerava la mia pelle di dosso, poi esausto andai a dormire. Quando mi svegliai raccontai la mia disavventura al capitano dell’imbarcazione che mi disse che ci trovavamo vicino le coste delle isole Ryut. In pochi giorni arrivammo al porto ma il mio desiderio di esplorare il mondo ormai era svanito, l’unico desiderio che mi era rimasto era quello di tornare a casa dalla mia famiglia. Il giorno stesso del mio arrivo sulle isole Ryut ripartii per le coste di Ushut. Mi imbarcai di nuovo come mozzo per guadagnare qualcosa e anche perché non avevo soldi per pagarmi un viaggio. Il viaggio durò un mesetto scarso. Arrivato al porto di Ushut cercai l’uomo che in precedenza mi avevo offerto lavoro con vitto e alloggio, lo trovai e ripresi a lavorare lì. Mi fermai a Ushut per cinque mesi, durante i quali mi innamorai sempre più di quella piccola ma magnifica cittadina portuale. Alla fine dei cinque mesi partii per tornare a Oris, solo il tempo di salutare il mio amico Sain e sarei tornato al mi villaggio.
Arrivato a Sai ebbi un’altra brutta sorpresa. La grande città commerciale sembrava cadere a pezzi. Il bellissimo museo antico, all’interno del quale erano conservati tutti i manoscritti risalenti alla fondazione della città, era scomparso, al suo posto c’era un mucchio di maceri. Il mio primo pensiero fu quello di andare a casa di Sain per vedere come stava, non lo trovai. Seppi da alcuni suoi amici, che avevo conosciuto nella mia precedente permanenza lì, che Sain era partito con la famiglia, appena scoppiata la guerra con Cambera, verso il loro villaggio natale. Ebbi anche informazioni relative alla guerra con la città di Cambera. Nessuno seppe dirmi i motivi, tutti sapevano solo che un gruppo di soldati di Cambera aveva attaccato durante la notte le mura della città. La guerra era durata pochi mesi ma alla fine i soldati di Oris erano riusciti ad entrare a Cambera e a conquistarla. Lo so che la guerra non è mai una cosa giusta ma, nel sapere che la città di Cambera ormai era sotto il dominio di Oris, ne fui felice, finalmente quella splendida città avrebbe avuto i cittadini che si meritava. Non passai neanche un giorno a Oris, subito partii per tornare nel mio villaggio.

Non ricordo più quanto tempo sia passato da quando mi trovo in questo “inferno”. Le mie giornate passano, il tempo deve pur scorrere al di fuori di qua, ma non so quando un giorno finisce e uno nuovo inizia, sinceramente non so neanche se il tempo continua a scorrere al di fuori di qua. È buffo come cose che prima sembravano indispensabile nella vita come il sapere che giorno è, in che anno siamo, in che mese, che ore sono, se è giorno o sera, se il pasto che si sta consumando è la colazione, la cena o il pranzo, in un attimo vadano a farsi fottere. Sembra passata una vita da quella notte. Forse davvero è passata una vita. Dannato me che accettai! Avevo fame, sete. Stavo morendo. Non potevo immaginare come si sarebbero evolute le cose. Pensavo fosse un passante, un benefattore con uno strano umorismo. Non ne avevo davvero idea. Avrei preferito morire piuttosto che sopportare questo. Dio! Se solo avessi saputo.
Non ho mai amato le persone. Non ho mai amato il genere umano per dir la verità. Come mi manca la vita al di fuori di qua, cosa darei per vedere una persona ora, per una parola detta da una bocca che non sia la mia.
L’uomo ha sempre cercato la vita eterna. A che scopo se l’eterno è questo? A che scopo vivere per sempre se l’eterno è un inferno dal quale non si può essere salvati? Cosa non darei per morire. Cosa non darei per tornare indietro e morire di stenti. Dannato sia il mio salvatore! Dannato sia io! Dannato sia Dio che mi ha permesso di vendermi! Dannata sia la morte che non mi ha preso prima!
Non voglio vivere. Ma che dico, non posso vivere. Questa non è vita! Come può desiderare un “morto” di morire? Ahhahahaha!
Scusa Dio. Non volevo maledirti. Mi inchino a te, non ti maledirò più. Lo giuro! Ma salvami, ti prego! Non lasciare che io sia dannato per l’eternità. Non puoi farmi questo! Accoglimi nel tuo regno, ti prego! Lo so che in passato non ti ho mai evocato ma, ti prego, accogli la mia supplica. Accogli la mia anima dannata e lascia marcire il mio corpo! Dallo in pasto ai vermi se vuoi, ma liberami dal male che ho evocato. Ti prego Dio!
Dio! Come puoi lasciar qui un tuo figlio? Come puoi fargli patire queste pene? Perché non mi ascolti? Perché?! Non ti ho mai chiesto niente! Neanche quella sera in punto di morte. Perché mi fai questo? Perché?! Non hai sempre detto che tutti gli uomini sono tuoi figli? Non è forse vero che tutti gli uomini sono a tua immagine e somiglianza, buoni o cattivi che essi siano, buone o cattive siano le strade che hanno intrapreso? Cazzo! La colpa è tua! Tu non mi hai mai aiutato. Mai! Non mi hai mai indicato quale fosse la strada da seguire. Non mi hai mai suggerito se una strada fosse sbagliata. Mi hai fatto intraprendere tutte strade sbagliate! Non me ne sono mai lamentato con te, non ti ho mai rotto le scatole per ogni cazzo e tu, tu mi tratti così!? Lasciandomi marcire per l’eterno in questa valle di lacrime?! Che tu sia dannato se davvero esisti! Che tu sia dannato per sempre!
Sto impazzendo. La solitudine logora l’unica parte di me che ancora può essere consumata. Non posso passare il resto dell’eternità così. Non posso tormentarmi per l’eternità! Satana, uccidimi! So che tu esisti! Ti ho visto quella notte! Uccidimi, portami all’inferno, quello vero! Ti prego! Ti supplico! So che puoi ascoltarmi. So che mi stai ascoltando! Ti sento! Sento le tue risate, sento le risate di quella notte! Uccidimi e portami negli inferi! Lì almeno avrò compagnia, non sarò solo. Ti prego!
No! No! Noooooo!
-Hey signore. Si svegli, si svegli! Va tutto bene?-
-No! Eh?…Chi sei?-
-Signore va tutto bene? Si sente male? Ha avuto un incubo? Stava urlando.-
-Un…un incubo! Si! Grazie Dio! Grazie Satana!-
-Signore si fermi! Noooo!!-
-Oddio! Si è buttato dal ponte!-
-S…si. Stava sognando, l’ho svegliato. L’ho solo svegliato.-
-Ragazzo calmati, non è stata colpa tua. Era solo un vecchio barbone pazzo.-

Siamo giunti alla fine del mio primo esperimento di ciclo di racconti. Per scrivere questo ciclo di racconti ho preso spunto un pò dalle varie religioni, anche antiche, riguardanti il mito della creazione. Come scritto nella prefazione il lettore avrebbe dovuto abbandonare temporeamente l’universo conosciuto. Beh  spero che vi siano piaciuti i raconti. Ah ovviamente continuerò a scrivere ancora xD Non so cos’altro la mia fantasia e il mio istinto mi spingeranno a scrivere ma spero che vi piaccia. In conclusione stavo pensando di iscrivermi a qualche concorso per quanto riguarda la narrativa, se qualcuno di voi mi sa consigliare qualche evento interessante per racconti inediti cortesemente lo scriva nei commenti 🙂 Un saluto e un grazie per il supporto.

Erano passati centinaia d’anni da quando la guerra e le malattie avevano posto fine alla vita sulla terra di Othar, l’unico essere, l’unico dio ad essere rimasto in vita era Myu. Rimase secoli da solo a godere del piacere che aveva provato nell’attuare la sua vendetta sui suoi fratelli e sulle divinità madri che non avevano voluto lasciargli creare una stirpe sua, una stirpe nata dal suo sangue. Questo suo senso di compiacimento per i suoi atti durò per diversi anni, finche non giunse il senso di terrore. Cos’avrebbero fatto le divinità madri una volta sveglie? Che pene terribili gli avrebbero inflitto? Al solo pensiero Myu trasalì. Era giunto a un punto di non ritorno, non c’era nulla che egli avrebbe potuto fare per rimediare ai suoi atti.
In un attimo di pura follia e paura tentò di abbandonare la terra di Othar, ma fu inutile, non era un dio incorporeo capace di levarsi dal terreno e vagare per l’universo di Eshet. Eraun dio terreno, al massimo poteva levarsi nell’aria, ma non vagare nell’universo. Passarono diversi anni prima che la paura di Myu si potessero placare. Ebbe un’idea. Avrebbe creato lui stesso una stirpe che avrebbe eretto grandi altari in onore delle divinità madri e avrebbe costruito città incantevoli e dalla vista sublime e quando le divinità madri si sarebbero svegliate, le avrebbe raccontato che, durante il loro riposo, era scoppiata una grande guerra tra i suoi fratelli, conclusasi con la distruzione di ogni cosa e che lui, trovatosi solo, aveva deciso di ripopolare la terra di Othar. Era un’idea perfetta, chi mai avrebbe potuto negare le sue parole? Nessuno. Erano tutti morti. Compiaciuto per la sua geniale idea il dio Myu si mise all’opera. Così nacque il grande popolo dei Acyent, un popolo glorioso e abile nella costruzione delle città che avrebbe popolato l’intera terra di Othar. In meno di un secolo ogni territorio era occupato dagli Acyent, altari maestosi e templi stupendi erano stati eretti in onore di Myu e delle divinità madri, gloriose città sfarzose con edifici che nessun popolo avrebbe mai potuto eguagliare in grandezza e splendore erano stati eretti. Nessun altro popolo nell’universo di Eshet era mai arrivato al livello degli Acyent.
Per Myu tutto stava procedendo secondo i piani, anzi, quel popolo aveva superato ogni più rosea aspettativa che il dio terreno avesse mai pensato. Ma ben presto le cose cambiarono. Myu non aveva tenuto in conto che la stirpe da lui creata aveva eredito il carattere del suo dio, la collera, collera verso il suo creatore. Ben presto i piani di Myu andarono in malora. Il popolo degli Acyent iniziò a ribellarsi a Myu finche un giorno non lo attirarono con l’inganno ad ammirare un nuovo tempio, mille volte più maestoso e sfarzoso rispetto agli altri, in memoria del dio Myu. Lo invitarono ad entrare al’interno per ammirare gli affreschi e gli ornamenti e l’altare. Myu accettò e una volta all’interno, il popolo degli Acyent, lo imprigionò in quella,che in realtà, era una trappola magica. Con la cattura del dio Myu il popolo degli Acyent governò libero e incontrastato sulla terra di Othar.
Centinaia di anni dopo la cattura del dio Myu, le divinità madri decisero di svegliarsi dal loro riposo. Indescrivibile fu l’iniziale stupore nel vedere la bellezza delle città e i magnifici templi in loro onore. Ben presto questo stupore iniziale si tramutò in dispiacere e in seguito in collera. Videro il loro figlio Myu intrappolato, mentre non videro più gli altri quattro figli. Il dispiacere fu immenso. Avevano fallito. Credevano di poter creare una terra su cui potessero regnare diversi popoli in pace fra loro e nel rispetto reciproco. Invece quel popolo così maestoso, fiero e in grado di costruire città, edifici ed opere così deliziose, era un popolo barbaro e rozzo e la sua brama di potere l’aveva spinto a distruggere tutti gli altri popoli, compresi i loro dei guida, ed a intrappolare il loro dio guida. Ovviamente questa non era la verità, perché era Myu ad aver distrutto tutto ciò che c’era prima ed ad uccidere i suoi fratelli. Ma questo le divinità madri non lo seppero mai. La loro collera crebbe come il loro dispiacere. Il fallimento era troppo grande per potervi convivere.
Nessuno sa come e neanche le più antiche leggende narrano di come sia potuto avvenire, ma le due divinità madri, il dio Erif e la dea Gersha, in un ultimo atto d’amore si annientarono e con loro si annientò la terra di Othar e il più grande e terribile popolo mai esistiso nell’universo di Eshet, gli Acyent.

Durante tutta la sua vita, la terra di Othar conobbe una sola guerra. La grande guerra di Othar. Ebbe inizio 465 anni dopo la nascita dei popoli guidati dalle 5 divinità terrene. Le cause di questa guerra furono la collera e il desiderio di vendetta provati dal popolo misto sotto la guida del dio Myu. Nessun popolo e nessuna divinità avrebbe mai pensato o sospettasse della piaga che stava per calare sulla terra di Othar. Avevano preso le giuste precauzione per impedire a Myu di infondere la sua collera nel popolo affidatogli, ma non avevano preso in considerazione alcune caratteristica intrinseche negli esseri, l’odio verso chiunque e non solo verso chi è diverso, la brama di potere e l’invidia. Queste caratteristiche si erano manifestate solo nel popolo misto a cause delle decisioni prese dalle divinità madri e dall’assenso delle divinità terrene, loro creatori.
La grande guerra di Othar non durò molto. Il dio Myu seppe usare a suo vantaggio una delle concessioni non dategli, un territorio dove sviluppare il popolo. Infatti tutti i popoli ebbero una parte della terra di Othar, tranne il popolo misto, che fece sorgere città in ogni parte di Othar. Myu usò questo a proprio vantaggio e, all’inizio della guerra, attaccò tutti i popoli di Othar contemporaneamente. I popoli non ebbero il tempo di reagire ne di chiedere aiuto alle altre divinità, aiuto che sarebbe stato vano visto che ogni città era sotto attacco. La guerra fu breve ma devastante. Molte città dei vari popoli furono rase a suolo, alcuni popoli rischiarono di scomparire. Myu non si limitò solo a conquistare tutte le città e la terra di Othar, voleva essere l’unico dio terreno regnante. Trucidò senza pietà e rimorso i suoi fratelli.
Diventato l’unico dio terreno della terra di Othar, Myu, decise che doveva esserci solo un popolo degno di popolare quella regione e di venerarlo come unico dio. La guerra non era interrotta, doveva ancora consumarsi l’unica carneficina tra i popoli. Intere città furono distrutte, gran parte della superficie di Othar si macchio del sangue dei popoli. Alla fine la guerra fu vinta dal popolo degli Eurity, ma la sua popolazione diminuì drasticamente. La guerra non portò solo distruzione e sangue, portò anche lo scatenarsi di numerose malattie mortali per i popoli. Pochi decenni dopo la fine della guerra, con lo scatenarsi e il diffondersi delle malattie, anche il popolo sopravvissuto degli Eurity scomparve.
Myu si ritrovò ad essere non solo l’unico dio terreno di Othar, divenne l’unico essere a popolarla.

Erano passate centinaia d’anni da quando le divinità terrene, con l’ausilio delle divinità madri, avevano dato vita ai vari popoli che popolavano la terra di Othar. Tutti i popoli, chi per una ragione e chi per un’altra, accrebbero le proprie città e i propri beni, tutti tranne uno. La stirpe mista, creata dall’unione di esseri provenienti da tutti i popoli e data alla guida del dio Wyu, dio della collera, non ebbe mai un dio guida. La divinità Wyu accrebbe la sua collera, non solo perché non aveva potuto creare una sua stirpe, ma soprattutto perché aveva dovuto ricevere dagli altri fratelli gli esseri per comporla, si sentiva inferiore, odiava le divinità madri e i suoi fratelli, odiava la stirpe datagli. Per questo decise di abbandonarla al proprio destino, per vederla morire a poco a poco. Le altre divinità terrene provarono più volte ad aiutare il popolo di Wyu, ma gli esseri, che proprio loro avevano creato e abbandonato, non accettarono mai il loro aiuto. Il popolo misto e Wyu non erano così diversi, entrambi odiavano i propri creatori e i loro fratelli. E di questo, a poco a poco, Wyu se ne rese conto.
Col passare dei decenni Wyu prese sotto la sua guida il popolo dei misti. Senza volerlo, l’aiuto offerto dalle divinità terrene al popolo misto e la decisione delle divinità madri che ogni dio doveva dare alcuni esseri a Wyu per la creazione di una sua stirpe, favorirono la nascita del sentimento della collera nel popolo misto e l’aumento dello stesso sentimento nel dio Wyu. Questo sentimento a poco a poco tramutò nel desiderio di vendetta. Grazie alla sete di vendetta e alla guida di Wyu, il popolo misto crebbe e si sviluppo velocemente. La grandezza delle città superò quella delle città del popolo dei Deit, la loro bellezza superò quella delle città di Xiumy, ma, cosa più importante, fu che le città del popolo misto furono le uniche città ad essere circondate da mura e ad essere fortificate. Le intenzioni del dio Myu e del suo popolo erano chiare. Volevano attaccare e conquistare tutte le città per diventare l’unico popolo di Othar.

Nell’antico Universo di Eshet, sulla stella più luminosa del firmamento, Tesha, dimoravano due antichi popoli in eterna lotta tra loro. Non si hanno notizie riguardanti il perché questa guerra fosse iniziata. Varie sono le ipotesi, la più accreditata è che questa guerra fosse iniziata poco dopo la comparsa dei popoli, increduli di dover dividere una così magnifica stella con altri popoli. I due antichi popoli erano: il popolo dei ghiacciai e il popolo del fuoco. Il popolo dei ghiaccia viveva nell’estremità orientale della stella Tesha, dove è sempre notte. Il popolo del fuoco viveva nella parte occidentale della stella, dove alimentavano la sua luminosità e bellezza. Si narra che i sovrani di questi due popoli fossero figli della stessa madre, la galassia di Hutet.
Durante uno dei vari periodi di pace tra i due popoli, al sorgere della settima stella del firmamento, i due popoli diedero alla luce, contemporaneamente, i due successori al trono, il principe del fuco e la principessa del ghiaccio.
I due futuri sovrani, crebbero senza conoscersi, finche non si scontrano durante la loro prima battaglia. Si trattava della battaglia del gran Palientho, una delle battaglie più cruente della storia. Nel bel mezzo della battaglia successe qualcosa di incredibile, la stella Thesa si adirò coi due popoli a causa della loro brama di dominio su di esse e rinchiuse al suo interno, nel centro esatto di essa, i due eredi al trono. Lì sarebbero stati rinchiusi fino a quando le due fazioni non avessero placato la loro sete di conquista.
Purtroppo questo non successe mai, invece di placare la loro ira, i due popoli l’alimentarono, incolpandosi a vicenda dell’accaduto. I due eredi rimasero rinchiusi per migliaia di lustri all’interno della stella. Impararono a conoscersi, a convivere e a scavalcare la loro diversità di popolo. Tra i due eredi nacque un forte amore.
La stella Tesha, vedendo che i due eredi erano riusciti a placare i propri spiriti adirati, decise di liberarli, sperando che il loro amore potesse porre fine alla guerra tra i due popoli. Ma questo non accadde. Tornati nei loro rispettivi regni, gli eredi a trono no trovarono l’assenso dei propri padri per convogliare a nozze. Si narra che durante una notte, al passaggio della stella Sythe, la stella che pone fine a un lustro per farne nascere uno nuovo, i due amanti si incontrarono ai confini dei due regni e decisero, che se non si fossero mai potuti sposare, sarebbero morti insieme. Si unirono in un abbraccio che trasformò i loro corpi in una massa enorme di gas che si levò nel firmamento. Questa massa si spinse fino ai meandri della galassia di Hutet, accumulando polveri cosmiche e frammenti di stelle antiche. Giunti nella parte più remota della galassia, da cui la stella Thesa è solo un minuscolo puntino nel buio cosmico, la massa di gas si solidificò dando vita alla terra di Othar. Su quella terra nacquero i figli dei due eredi, gli Dei terreni, dagli Dei terreni nacquero le creature di Othar, tutte uguali per aspetto, così che non avendo differenza, non potessero commettere l’errore dei due popoli abitanti della stella Tesha.